Dalla fine dell’Ottocento è cresciuta nella Chiesa la coscienza di aver trovato in san Giuseppe un Patrono e un modello dei lavoratori, tanto che il papa Pio XII nel 1955 istituisce una festa a parte, quella del primo maggio, in cui si fa memoria di san Giuseppe lavoratore. Si “cristianizza” quindi una festa laica già esistente indicando in questo nostro santo un’icona pregna di significato a cui guardare. La disoccupazione crescente, specialmente giovanile, in tante parti del mondo, anche nelle zone più ricche, e la crisi economica attuale, evidentemente più grave del previsto (dato che non se ne esce), non fanno che acuire la preoccupazione per il lavoro e per il futuro. Quanto abbiamo bisogno di un Patrono, che conosca il mondo di chi lavora, che ci faccia affrontare le sfide della crisi della stagnazione e dell’improduttività, è fuori discussione. Quanto abbiamo bisogno di un Modello che ci aiuti davanti ai meccanismi perversi della finanza, alla corruzione dilagante, ai “furbetti” di turno, e ci sappia riproporre onestà e operosità, coniugando giustizia e misericordia, è sotto gli occhi di tutti. Se poi questo Patrono e questo Modello, è così vicino a Cristo, come san Giuseppe che insegna al figlio (e che figlio!) un mestiere che lo porta ad affrontare la vita e lo scopo della sua missione di salvezza, con generosità e dedizione insuperabile, davvero non c’è da cercare altrove quello che in lui e nella sua bottega si trova a sufficienza.
Certo che la professione di falegname e carpentiere, che Giuseppe ha trasmesso a Gesù mentre cresceva, che ha condiviso per trent’anni, tanto da identificarli (sia il padre che il figlio) nel loro mestiere, rimane un’immagine esemplare a cui riferirsi per sempre, nelle generazioni che si susseguono. Conserva tutto il suo valore ispiratore per il singolo lavoratore e per ogni settore produttivo, dall’agricoltura e dall’artigianato al commercio e all’industria, comprese le tecnologie e le professioni più innovative. A lui si può rifare il contadino e l’ambulante, il commerciante e l’industriale, l’operaio e l’imprenditore, l’impiegato e il manovale. Anche l’insegnante e l’educatore possono scoprire in lui l’arte pedagogica, considerato che il suo lavoro principale è stato educare e far crescere Gesù. Quel Figlio, prendendo poi la sua strada, è andato oltre l’essere artigiano e falegname, ed è diventato piuttosto “pescatore di uomini”, un Maestro impareggiabile, il divin lavoratore su questa terra.
C’è qualcosa di misterioso in questo lavoro che padre e figlio hanno esercitato e li ha uniti profondamente. Qualunque cosa facevano, Giuseppe e Gesù lavoravano certo per guadagnarsi il pane col sudore della fronte, per mantenere se stessi e la propria famiglia, ma soprattutto lavoravano per il Padre celeste e per continuare l’opera del Creatore. Lavoravano per aiutare il prossimo più debole e povero, che a loro ricorreva sapendo di trovare sostegno. Erano giusti, davano a ciascuno il dovuto e remuneravano se possibile anche più di quanto pattuito. Non sfruttavano gli altri e non imbrogliavano nessuno, condonavano anche i debiti se necessario. Prevaleva in loro l’amore e la misericordia. Aspettavano con pazienza i risultati delle loro fatiche a tempo debito e avevano fiducia nella provvidenza di Dio. Potremmo dire che tanta parte del Vangelo che verrà proclamato dal Salvatore, nasce molto prima alla scuola di Giuseppe, che molte parabole trovano la loro intuizione nella bottega di quell’umile lavoratore di Nazaret… Mettiamoci anche noi ad imparare quello che ci insegnano il Signore e san Giuseppe, quel Protettore suo e nostro, del suo lavoro e del nostro.
 
Angelo Catapano

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Commento da Alberto Raggi su 28 Aprile 2018 a 14:48

Mi auguro che San Giuseppe ottenga dal suo figlio divino il lavoro a chi lo ha perduto.

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